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L' autoritratto ai tempi dei selfie

Posted on 28th Nov 2016


La fotografia attraverso dispositivi mobili è diventata nel giro di pochi anni un fenomeno che riguarda milioni di persone. Un dialogo globale, un monologare collettivo. L'immagine è veloce, universalmente comprensibile, permette di cogliere concetti complessi in pochi secondi: e il web parla per immagini. La vera rivoluzione del digitale è la rivoluzione della condivisibiltà, della disseminazione dell'immagine. Questo cambia completamente i canali che la fotografia percorre per arrivare ai suoi destinatari, e cambia indirettamente, ma profondamente, anche il modo in cui le foto si fanno. E' possibile delinearlo anche dal punto di vista socioantropologico: una fotografia digitale facilmente realizzabile e immediatamente condivisibile, prodotta e distribuita da un unico strumento, con caratteri sostanzialmente differenti rispetto alle tradizionali fotocamere. L'onnipresenza, la complessità, la configurabilità e il collegamento a internet sono gli elementi che caratterizzano la relazione tra telefoni cellulari e corpo umano in un processo di progressiva ibridazione cyborg in cui lo smartphone diventa, più che estensione, ineluttabile appendice cui delegare il cervello, la memoria e lo sguardo. Non fotografiamo per ricordare ma per condividere e questo fa della fotografia una pratica continua, immediata e spesso transitoria. Henkel ha condotto una serie di esperimenti inviando dei gruppi di studenti universitari in un museo con il compito di documentare alcune opere con la macchina fotografica digitale ed osservarne delle altre. E' emerso che gli studenti ricordavano meno dettagli delle opere fotografate e molti di quelle semplicemente osservate. L'atto di fotografare sembra autorizzarci a non immagazzinare “quella cosa” nella nostra memoria e a delegare alla memoria esterna della fotocamera il compito di ricordare per noi. 
“Le foto servono come indizi per recuperare un ricordo particolare solo se effettivamente ci torniamo sopra, interagiamo con loro, piuttosto che limitarci ad accumularle semplicemente. Ma la verità è che quasi mai torniamo a guardarle”.
Contro l'interpretazione di chi lo vede come la massima espressione del narcisismo digitale, il selfie è anche stato visto come il prolungamento naturale di un processo di esplorazione identitaria attraverso l'auto-osservazione e l'auto-ritratto in cui l'essere umano è impegnato fin dall'antichità. Questa teoria sostiene che i selfie sarebbero salutari affermazioni del sé, utili a definire la propria identità, a favorirne l'auto-accettazione, a creare auto-narrazione attraverso le immagini, a normalizzare le aspettative rispetto al proprio aspetto esteriore. Quindi: delirio narcisistico o rivendicazione identitaria? Espressione del proprio universo interiore o performance del sé? Luogo di incontro o mediazione tra persona pubblica e privata?
Per cercare di comprenderlo anche la fotografia “consapevole” deve correre il pericolo di specchiarsi. Nello specchio ci sono centomila noi stessi: ma nello specchio vale ancora la pena di guardare anche a rischio di annegarci dentro.




Liberamente tratto e ispirato da “iREVOLUTION 
Irene Alison – Postcard editrice –
isbn 978-88-98391-52-3